domenica 30 agosto 2026

Il mio viaggio in Giappone, di Elina e Marzia

 




Molto bello questo post di IL MIO VIAGGIO IN GIAPPONE, un sito di due ragazze italiane che fanno le guide turistiche in Giappone 

In Giappone ci sono insegnanti che ogni mattina preparano una lezione per bambini che forse non riusciranno nemmeno a varcare il cancello della scuola.
Non perché non vogliano imparare. Non perché siano pigri.
A volte semplicemente non ce la fanno.
In Giappone esiste una parola:
不登校 - futōkō.
Indica quei bambini e ragazzi che per periodi prolungati, smettono di frequentare la scuola. Un fenomeno gravissimo di dispersione scolastica.
Dietro possono esserci, fattori come: ansia, difficoltà nelle relazioni, bullismo, pressione scolastica, disagio familiare.
Ma soprattutto ci sono ragazzi che a un certo punto, guardano la porta di casa e sentono che uscire è diventato troppo difficile.
A Miyagi, alcuni insegnanti stanno cercando un modo diverso per raggiungerli.
Non sempre dicendo:
“Domani devi tornare a scuola.”
A volte partono da molto meno.
Un giovane insegnante racconta di proporre obiettivi minuscoli:
“Oggi proviamo ad arrivare fino a quel palo?”
E magari il giorno dopo:
“Proviamo fino al cancello della scuola?”
Un palo. Un cancello. Pochi metri.
Per qualcuno possono sembrare niente.
Per un ragazzo che da settimane non riesce a uscire di casa possono essere enormi.
Ed è forse questa la parte che fa più male.
Perché mentre gli altri entrano in classe, aprono i quaderni, ridono durante l’intervallo e tornano a casa lamentandosi dei compiti…c’è qualcuno che vorrebbe semplicemente riuscire a fare quello che per gli altri è normale.
Arrivare fino alla strada.
Fino al cancello.
Magari, un giorno, fino alla propria sedia.
In Giappone il fenomeno continua a crescere nonostante diminuisca il numero complessivo dei bambini.
A Miyagi, secondo un reportage del Kahoku Shimpo ripreso dal The Japan Times, in una classe elementare possono esserci in media uno o due alunni che non frequentano regolarmente; alle medie il numero può salire a due o tre.
E anche gli insegnanti raccontano la propria impotenza.
Vorrebbero aiutare, telefonano e provano a parlare con le famiglie. Cercano una porta che non faccia paura. Ma non sempre vengono accolti.
Forse è facile chiedere:
“Perché quel ragazzo non va a scuola?”
È molto più difficile chiedersi:
“Quanto deve stare male un ragazzo perché anche attraversare un cancello diventi una montagna?”
E forse, qualche volta, aiutare non significa trascinarlo dall’altra parte.
Significa semplicemente camminare accanto a lui.
Prima fino al palo. Poi, se ce la farà, fino al cancello.



Il mio viaggio in Giappone, di Elina e Marzia

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