giovedì 25 settembre 2025

IL PARERE DI MATTEO ZICCA





CHIMICA O VERITÀ?

IL LATO OSCURO DEGLI PSICOFARMACI.
Sugli psicofarmaci c’è ancora molta confusione.
Se ne parla spesso senza consapevolezza, divisi tra chi li difende a spada tratta e chi li condanna senza appello, senza fermarsi a un’analisi critica.
Eppure il loro utilizzo è sempre più diffuso.
Vale la pena allora fare un po’ di chiarezza.
Gli psicofarmaci sono una classe di farmaci psicoattivi e psicotropi, accomunati dall’agire sul sistema nervoso centrale: recettori cellulari, enzimi, proteine trasportatrici, canali ionici.
In parole semplici, modulano la trasmissione dell’impulso nervoso, generando cambiamenti immediati nella chimica cerebrale e, nel lungo periodo, adattamenti nelle cellule e nelle aree del cervello.
La domanda è: sono davvero la soluzione migliore per affrontare i disturbi psicologici e psichiatrici⁉️🤔
La risposta non è semplice: ci sono luci e ombre.
In situazioni cliniche gravi, dove la vita o l’equilibrio del paziente e del suo ambiente sono a rischio, un uso temporaneo degli psicofarmaci, sempre affiancato alla psicoterapia, può essere di grande aiuto.
I benefici più noti sono:
✅ rapidità d’azione nella riduzione del disagio;
✅ utilità nei casi acuti o con rischio suicidario;
✅ possibilità di stabilizzare un paziente per iniziare un percorso psicologico più profondo.
Ma accanto a questi aspetti positivi, ci sono problematiche cruciali di cui si parla molto meno:
⚠️ Prescrizione troppo facile.
Troppo spesso gli psicofarmaci vengono prescritti in pochi minuti di colloquio, senza una reale valutazione diagnostica.
Eppure i casi in cui c’è una causa biologica chiara ed endogena sono molto meno diffusi di quanto si pensi.
Molte persone hanno soprattutto bisogno di supporto psicologico, relazionale e sociale, non di pillole.
⚠️ Effetto immediato ma parziale.
Il farmaco riduce il dolore, ma non genera benessere autentico.
Inibisce il sintomo, ma non lavora sulla causa.
È lecito chiedersi: questo è “guarire” o solo un modo per calmare la sofferenza senza affrontarla?
⚠️ Conflitti di interesse.
Il mercato degli psicofarmaci muove miliardi.
È ingenuo pensare che l’industria farmaceutica non abbia un peso enorme nelle pratiche mediche e nella cultura sanitaria.
⚠️ Informazione incompleta.
Molti pazienti non vengono messi di fronte a una scelta consapevole: spesso non ricevono un’informazione chiara sugli effetti collaterali, sui rischi di dipendenza, né sulle possibili alternative (psicoterapia, gruppi di sostegno, interventi sociali).
⚠️ Dipendenza e sindrome da sospensione.
Interrompere improvvisamente un farmaco può generare crisi forti e rischiose, che legano la persona a lungo alla terapia farmacologica.
⚠️ La medicalizzazione del disagio umano.
Sempre più spesso ogni emozione spiacevole – ansia, tristezza, stanchezza, frustrazione – viene trasformata in un “disturbo” da curare con una pillola.
Viviamo in una cultura che non tollera la fragilità: dobbiamo essere sempre felici, produttivi, sorridenti. Ma la sofferenza non è solo un sintomo da eliminare: è anche un linguaggio del corpo e della psiche, un segnale che qualcosa non va, che c’è un bisogno inascoltato o una ferita che chiede attenzione.
Il dolore va attraversato, non solo anestetizzato. Perché se lo zittiamo con la chimica, rischiamo di rinunciare anche alla possibilità di comprenderlo e trasformarlo.
⚠️ La neuroplasticità dimenticata.
Il cervello non cambia solo grazie ai farmaci: cambia ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, che modifichiamo i nostri pensieri, che viviamo esperienze significative o relazioni profonde.
La scienza lo chiama neuroplasticità: la capacità delle cellule cerebrali di creare nuove connessioni e di modificarsi sulla base di ciò che facciamo, pensiamo e sentiamo.
Questo significa che anche la psicoterapia, il sostegno sociale, la meditazione, l’attività fisica, le relazioni, il rapporto con se stessi e perfino le abitudini quotidiane hanno un impatto biologico reale sul nostro cervello.
Ridurre la cura della mente solo ai farmaci è quindi un errore: la psicologia e il lavoro su di sé sono, a tutti gli effetti, una forma di medicina della mente.
⚠️ Riduzione della responsabilità sociale.
Lo psicofarmaco rischia di diventare un alibi: anziché investire in prevenzione, politiche sociali, condizioni di lavoro, economia, educazione, relazioni, si “tappa” il sintomo individuale, lasciando intatti i problemi collettivi che creano e alimentano il disagio.
⚠️ Crisi identitaria.
Molte persone riferiscono la sensazione di “non sentirsi più sé stesse”, di avere allucinazioni e pensieri terribili sotto effetto dei farmaci, come se la propria identità fosse anestetizzata insieme al dolore.
Per concludere possiamo dire che gli psicofarmaci non sono il male assoluto né la soluzione miracolosa. Possono essere strumenti preziosi, ma solo se usati con responsabilità, dopo un attenta analisi e diagnosi, in casi mirati e in sinergia con un percorso psicoterapeutico.
Il punto centrale rimane uno: il paziente deve essere informato, ascoltato e messo nelle condizioni di scegliere consapevolmente ‼️
Non esistono pillole che curino la vita: per guarire davvero servono comprensione, consapevolezza, sostegno, relazione e verità. ❤️🧠

BUON COMPLEANNO FABIO BUSETTI

Questo anno anche gli auguri dell'onorevole Daniela Ruffino  Grazie di cuore a tutti  Buon compleanno Fabio Busetti. A   Buon compleanno...