venerdì 17 aprile 2026

Grande, grandissimo, immenso Matteo Zicca




 IL GRIDO SILENZIOSO DEGLI HIKIKOMORI

Sempre più frequentemente si sente parlare del fenomeno degli hikikomori, termine giapponese utilizzato per indicare il ritiro sociale volontario.
Gli hikikomori, prevalentemente adolescenti ma anche giovani adulti e adulti, sono persone che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, confinandosi nella propria casa o nella propria stanza.
Non esistono ancora cifre precise in Italia, ma diverse associazioni parlano di oltre 100.000 casi, con una tendenza che sembra destinata ad aumentare nei prossimi anni.
Parlare di questo fenomeno è importante perché, oltre alla salute e al benessere delle persone direttamente coinvolte, anche le famiglie e la società nel suo insieme ne subiscono le conseguenze sotto molteplici punti di vista.
Per questo motivo è fondamentale fare un po’ di chiarezza sull’argomento.
Innanzitutto, è importante chiarire che essere hikikomori non è un disturbo psichiatrico e non può essere considerato di per sé una sindrome o una patologia.
Le cause che portano al ritiro sono molteplici e variano da individuo a individuo. Tuttavia, ciò che spesso accomuna gli hikikomori è una forma di rinuncia ai modelli dominanti di una società che impone forti pressioni legate al successo, alla competizione e al conformismo.
A questo si aggiungono altri fattori rilevanti: la possibile comorbilità con disturbi preesistenti, una storia familiare complessa, una bassa autostima, difficoltà scolastiche, esperienze di isolamento o bullismo, un uso disfunzionale della tecnologia e delle relazioni digitali, e una difficoltà nella regolazione emotiva e nella gestione dell’ansia sociale.
Si tratta quindi di un fenomeno complesso e articolato, che non può essere esaurito in un unico post.
Alla luce di ciò, considerato che si tratta di una realtà da non sottovalutare, cosa si può imparare da tutto questo?
Dipende molto dal contesto e dagli obiettivi.
Per la società, questo fenomeno può rappresentare un segnale, quasi un campanello d’allarme, e allo stesso tempo un’opportunità per ricalibrare uno stile di vita che da tempo mostra crepe profonde.
Non riguarda solo gli hikikomori: l’aumento delle problematiche psicosociali diffuse ci indica chiaramente che qualcosa non sta funzionando. E le conseguenze si riflettono ovunque — nel lavoro, nelle relazioni, nella famiglia, nella scuola.
Forse è il momento di iniziare a ripensare il modello stesso di “normalità”: una normalità che spesso coincide con prestazione continua, efficienza, esposizione e confronto costante.
Serve il coraggio di immaginare una società più sostenibile e più umana, che metta al centro la persona nella sua complessità e non solo nella sua produttività.
Questo significa investire seriamente in educazione emotiva, prevenzione, ascolto, spazi di espressione autentica.
Significa riconoscere l’individuo come fine e non solo come mezzo, valorizzando percorsi non lineari, tempi diversi, fragilità e differenze.
Perché ignorare questi segnali oggi significa pagarne il prezzo domani, a livello collettivo.
Per quanto riguarda le famiglie, è fondamentale non sottovalutare il problema.
Un po’ per mancanza di strumenti, un po’ per vergogna o tabù, un po’ per la pressione della quotidianità, spesso i ragazzi coinvolti rischiano di sentirsi ancora più sbagliati, ancora più soli, ancora più “problema”.
È importante ascoltare senza giudicare, accogliere senza forzare, esserci senza invadere.
Ma soprattutto è fondamentale lavorare su sé stessi: i figli non hanno bisogno di genitori perfetti o solo efficienti, ma di adulti emotivamente presenti, consapevoli e oserei dire felici.
Un genitore che sta bene, che si conosce, che sa gestire le proprie emozioni, diventa automaticamente un punto di riferimento più solido.
Al contrario, un clima fatto di ansia, aspettative rigide o giudizio può amplificare il ritiro.
Chiedere aiuto non è un fallimento, ma una risorsa. Psicologi, educatori e altri professionisti possono offrire strumenti concreti per comprendere e affrontare la situazione.
E allo stesso tempo è importante creare una rete: scuola, servizi, famiglia devono dialogare, non lavorare in isolamento.
Serve pazienza, tempo e fiducia: uscire dal ritiro non è un processo lineare né immediato, ma possibile.
Infine, se sei una persona che si riconosce in queste parole, voglio dirti qualcosa.
Le tue scelte sono comprensibili e meritano rispetto.
La società può essere dura, a volte ingiusta, e questo è un dato di fatto.
Ma il tuo benessere viene prima di qualsiasi regola sociale.
Esistono persone che vale la pena incontrare, esperienze che possono sorprenderti, passioni che possono darti senso, valori che puoi costruire nel tempo.
E tutto questo può iniziare anche da piccoli passi, senza dover “tornare nel mondo” tutto in una volta, se necessario chiedi aiuto senza vergogna.
Smettila di paragonarti continuamente agli altri.
Le vite che vedi sono spesso solo una parte della realtà e spesso si tratta di maschere e finzione.
Impara, con i tuoi tempi, a conoscerti e ad accettarti. Nessuno è come te.
La tua unicità è la tua risorsa più grande e il dono più prezioso.
Non piacerai a tutti, riceverai critiche, incontrerai ostacoli. Fa parte del gioco.
Ma ciò che conta davvero è costruire una vita che abbia senso per te, non per gli altri, non secondo i canoni imposti, ma secondo la tua identità, i tuoi valori, la tua sensibilità.
Non devi essere perfetto. Devi essere vero, devi essere TU!


Scritto molto bene, bravo. Condivido tutto, è sulla mia stessa linea. Valentina di Liberto


E Matteo ci ha portato bene oggi.. 160 ingressi!




Grande, grandissimo, immenso Matteo Zicca

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