Matteo Zicca ha fatto un post molto lungo ma molto significativo
Ne riportiamo una parte e trovate il resto sul suo profilo face book
Complimenti per queste parole veritiere
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...Per comodità sarò costretto anch’io a generalizzare, pur sapendo benissimo che ogni individuo è un caso a sé.
Prima però, due premesse fondamentali.
La prima è psicometrica e scientifica.
Non si possono fare inferenze sui giovani senza dati, statistiche, campioni rappresentativi, strumenti affidabili e valutazioni contestuali.
Ogni situazione andrebbe letta singolarmente e da professionisti.
Io so che quella che segue è un’opinione personale e soggettiva.
Ma so anche che la maggior parte delle vostre opinioni sui “ragazzi problematici” non valgono nulla: sono chiacchiere, sfoghi emotivi, proiezioni. Lo preciso perché sono molto attento alle parole: ciò che dirò non pretende di essere una verità assoluta, ma almeno è consapevole dei propri limiti.
La seconda premessa è esperienziale.
Oltre alle mie competenze nel campo bio psicosociale, pur essendo un adulto per una questione anagrafica (non sono vecchio), ho avuto modo di frequentare adolescenti e giovani adulti direttamente, non dal divano: locali, discoteche, luoghi di aggregazione offline e online, social media. Senza ruoli di potere, senza essere genitore o insegnante, ma relazionandomi alla pari, ascoltando davvero, senza giudicare.
Detto questo, ecco alcune mie considerazioni personali sui giovani.
Lo ribadisco: soggettive. Ma utili.
I giovani stanno male, e non perché sono deboli.
Stanno male perché vivono in un mondo che non promette nulla. Un futuro incerto, precarietà economica normalizzata, crisi ambientali, guerre costanti, lavori sottopagati, richieste di performance sempre più alte e zero sicurezza. Avete distrutto le certezze e poi vi stupite se sono demotivati. L’ansia non nasce dal nulla: è una risposta sana a un contesto profondamente malato.
I giovani bevono, si anestetizzano, cercano di spegnere qualcosa.
Non per moda e non per “sballo”. Lo fanno per silenziare l’angoscia. Quando non vedi prospettive, quando senti che qualsiasi sforzo potrebbe essere inutile, anestetizzarsi diventa una strategia di sopravvivenza. Non è debolezza morale, è una forma di regolazione emotiva disfunzionale in un sistema che non offre alternative.
I giovani sono violenti perché spesso è l’unico linguaggio che rimane loro.
Quando non puoi comunicare, quando non vieni ascoltato, quando anche se studi, ti impegni e lavori non ottieni dignità, quando le figure di riferimento sono assenti, incoerenti o svalutanti, la violenza diventa un modo per esistere, per affermarsi, per essere visti. Non è giustificabile, ma è "comprensibile". E chi non distingue le due cose non capisce nulla di psicologia sociale.
I giovani sono diversi biologicamente dagli adulti.
Il cervello emotivo e impulsivo è più attivo, quello deputato all’auto regolazione non è ancora pienamente maturo. Gli impulsi sessuali e aggressivi prendono il sopravvento. Da questo punto di vista è vero: vanno contenuti. Ma contenere non significa reprimere, punire, umiliare. Servono limiti chiari, struttura, ma anche ascolto, esempio, accoglimento. Non le punizioni ottuse che i vecchi ignoranti invocano sotto i post Facebook.
I giovani sono più colti, informati e consapevoli di voi.
Hanno accesso a più informazioni, si laureano, conoscono dinamiche psicologiche, sociali e politiche che voi avete ignorato per decenni.
Non sono pigri: rifiutano lo sfruttamento mascherato da “gavetta”.
Non sono allo sbando: sono meno disposti a sacrificare la vita per un lavoro che li svuota.
Non sono chiusi: siete voi che parlate solo di mutui, lamentele e nostalgie.
Non sono superficiali: siete voi che scambiate linguaggi nuovi per mancanza di profondità.
Non sono disinteressati: sono saturi di promesse mancate e ipocrisie.
Non sono viziati: sono cresciuti in un mondo più complesso, instabile e competitivo di quello che avete conosciuto voi fatto di corruzione, nepotismo e sfruttamento.
I giovani non hanno paura di mettere in discussione i modelli dominanti.
Famiglia, lavoro, carriera, ruoli di genere, autorità. Non accettano più schemi solo perché “si è sempre fatto così”. Questo non è caos, è evoluzione. Fa paura solo a chi ha costruito la propria identità sull’obbedienza.
I giovani sentono troppo, non troppo poco.
Sono ipersensibili perché il mondo è iperstimolante. Vivono sotto una pressione emotiva, sociale e performativa costante. La fragilità che vedete non è mancanza di forza, è sovraccarico.
I giovani non rispettano l’autorità, ma rispettano la coerenza.
Non seguono chi comanda, seguono chi è credibile. Se non vi ascoltano, forse non è perché sono “maleducati”, ma perché siete incoerenti, rigidi e scollegati dalla realtà.
I giovani non chiedono permissivismo, chiedono senso.
Regole sì, ma che abbiano un perché. Limiti sì, ma spiegati. Responsabilità sì, ma accompagnate. Il “perché lo dico io” non funziona più. E per fortuna.
I giovani sono uno specchio che non vi piace guardare.
Riflettono il fallimento educativo, sociale e politico di chi li ha preceduti. E invece di assumervi la responsabilità, preferite etichettarli come problema.
La sovversione dei valori è normale, ed è sempre stato così.
Ogni generazione mette in crisi quella precedente. È fisiologico, è storico, è umano.
Il cambiamento fa paura a chi vuole mantenere lo status quo, a chi ha costruito il proprio potere, la propria identità o la propria sicurezza su modelli che oggi non funzionano più.
I giovani non stanno distruggendo nulla: stanno smontando strutture che non reggono.
E questo spaventa soprattutto chi confonde stabilità con controllo e tradizione con immobilismo.
Una cosa va chiarita, perché so già come funzionano le letture superficiali.
Io non sto difendendo nessuno, non sto prendendo schieramenti, non sto giustificando la violenza, l’abuso o l’ingiustificabile.
Le responsabilità individuali esistono e restano tali.
Quello che sto facendo è un’altra cosa: offrire strumenti di conoscenza.
Perché senza comprensione non c’è prevenzione, non c’è educazione, non c’è cambiamento.
Solo punizione, sfogo e paura.
Prima di parlare dei giovani, fermatevi.
Chiedetevi che mondo avete costruito, che esempi avete dato, che spazio avete lasciato, o per lo meno non giudicate.
Perché è sempre più facile accusare chi viene dopo che assumersi la responsabilità di chi è venuto prima.
I giovani non sono il problema.
Sono una risposta — spesso scomoda, a volte disturbante — a un sistema che non funziona più.
E se vi fanno così paura, forse non è perché sono sbagliati.
Forse è perché stanno cambiando le regole di un gioco che voi volete continuare a vincere.